Categoría: decostruzioni

sessualità terrorizzanti

Quella que segue è la trascrizione di un capitolo de libro pornoterrrorismo di Diana J. Torres. Si tratta di un grano de arena per il dibattito in rete..e per dire che manca meno di un mese alla chiusura della campagna di crowfunding di yes we fuck per finanziare il progetto di documentario su sessualità e disabiltà!

SESSUALITÀ TERRORIZZANTI: BAMBINI E DISABILI

«When I was a child I used to sit on the toilet backward
and wait for the burning sensation between my legs to go
away. I did not understand that if only my finger had
found it’s way to my pussy the aching would have subsided.
That all the twisting and pulling and rubbing and
scratching of my arms and my legs would not satisfy my
hunger. That the wetness in my underpants had nothing
to do with my mother overdressing me. But as a child I
didn’t had the words to ask, so I stayed on fire and burning,
tormented and yearning until that glorious day when
finger found flesh with legs spread open and back arched,
honey poured from my 14-year-old gash and I wept»1.
MADONNA, Sex

È così che funziona questo sistema: questa casetta ordinata e pulita, nella quale, a dispetto di alcuni/e, i pigiama-party si trasformano in orge a cui gli/le adulti/e non sono invitati/e, il piccolo down si fa una sega in giardino guardando l’atterrita vicina e la bambina senza braccia si struscia sul bordo del letto. Naturalmente è una casa il cui guardiano si scopa di nascosto la figlioletta di cinque anni; lega le mani al letto al figlio idiota e organizza sessioni sadomaso con l’adolescente ribelle, cintura alla mano. La casa del sistema è grottesca all’interno, ma all’esterno ha fiori sui balconi e un tappetino alla porta che dice: «benvenuto nella repubblica indipendente di casa tua».

Quasi ogni giorno, attraverso i dannati mezzi di telecomunicazione, nelle strade, nei parchi, e, volendo ben guardare, dappertutto, si può notare che l’infanzia viene tremendamente vittimizzata. È vero: i/le bambini/e, poveretti/e, sono nati/e in un mondo terribile, ma il modo in cui la società li/e vittimizza non ha niente a che vedere con un naturale senso di protezione, si basa piuttosto sul presupposto (prescritto, in realtà) che non siano sufficientemente intelligenti, che siano come minorati/e mentali, privi/e di giudizio, che le loro azioni non si basino su premesse razionali. Per questo hanno bisogno di «essere protetti/e». Con questo criterio si mettono nella stessa categoria gli/le infermi/e mentali e i/le disabili (sono come bambini/e…) e in passato anche le donne. Erano tutti/e esseri incomprensibili, la cui sessualità spregiudicata e bizzarra rendeva (e rende) necessario un controllo da parte del sistema perché le cose non vadano a rotoli.

Un’altra cosa che odio visceralmente della «gente che fa il proprio lavoro» è che cerca di proteggerti.

Naturalmente perché la società accetti il patto di protezione (fondamentale per la sopravvivenza economica di qualsiasi mafia) è necessario un fattore terrorista e se non ce n’è uno, lo si inventa e basta. Prima ti terrorizzano, poi ti dicono di non preoccuparti, perché loro sono lì per salvarti da tutto ciò che ti spaventa. Fanno lo stesso con tutto. Non mi metterò a parlare delle Twin Towers perché evidentemente sarebbe un esempio molto ingenuo del fatto che questa strategia, con cui il sistema s’impone come necessario e a cui deve tutto il suo potere, si ritrova nelle società di mezzo mondo.

Ma in che modo le sessualità dei/lle bambini/e e dei/lle disabili sono terrorizzanti? Per me è chiaro come il sole: quella dei/lle bambini/e non è produttiva, ovvero consiste solo di gioco e piacere; quella dei/lle freak potrebbe solo produrre altri/e freak e non vogliamo persone deformi o inefficienti nella nostra società. Visto che hanno avuto la sfortuna di nascere (anche se in questo modo ci danno la possibilità di dimostrare il nostro buon cuore e la superiorità implicita in ogni forma di carità) li/e tratteremo come cittadini/e «normali», ma escluderemo dalle loro vite ciò che riguarda il sesso, per ogni eventualità, visto che vogliamo che alla loro morte non ne resti alcuna traccia. Mongoloidi che scopano mettendo a repentaglio l’integrità della specie? No, grazie. Fottuto sistema… Non permettere che nascano persone alle quali verrà negata una delle cose più importanti della vita mi sembrerebbe meno crudele. Negare la possibilità di riprodursi a persone che sono fisicamente, psichicamente, geneticamente diverse dagli altri membri della società mi puzza di nazismo, di deliberata selezione, di olocausto. E per quel che riguarda il sesso vale lo stesso: puro fascismo. Le persone che non si possono riprodurre non dovrebbero neanche fare sesso. Per quanto una società si dimostri «moderna», la riproduzione è sempre intimamente legata alla sessualità, non come sua possibile conseguenza, ma come principale giustificazione perché questa abbia luogo. Non prendiamoci in giro: nella maggior parte dei paesi, se non ti riproduci sei una zavorra per lo stato e se sei difettoso/a, semplicemente non devi neanche provarci.

Questi/e sono quelli/e che hanno frainteso Darwin, con tutte le conseguenze del caso.

Le leggi difendono tutto questo, in modo discreto nei paesi democratici e sfacciatamente sotto le dittature e, come sempre, provano a farci credere che ci stiano aiutando e proteggendo. Nella legislazione spagnola più che della maggiore età, quello di cui si ha bisogno per poter scopare liberamente è di «età della ragione», un’età che si raggiunge a tredici anni, ma che i/le disabili non raggiungeranno mai, perché sono considerati/e eterni/e pre-adolescenti.

Quindi a bambini/e e disabili la sessualità viene negata dalla legge, ai/lle primi/e temporaneamente, ai/lle secondi/e permanentemente.

È molto umiliante che persone che dispongono di facoltà mentali più o meno «funzionali», ma che sono intrappolate in corpi che non rispondono alle aspettative della seduzione normativa, debbano passare attraverso il calvario di non poter fare sesso come gli/le altri/e, ma che per riuscirci debbano inventarsi strategie elaborate e costose. Dipendere da altre persone per poter trovare un/a partner è già di per sé abbastanza frustrante, senza dover fare i conti col fatto che queste persone possano non essere dotate di un minimo di empatia. Sarebbe molto più semplice se chi assiste i disabili non ricevesse una formazione professionale all’interno della quale il sesso è considerato un tabù. La fregatura è che la maggior parte delle istituzioni che si incaricano di «prendersene cura» appartiene o è appartenuta alla Chiesa, di modo che, nonostante in alcuni casi la necessità fisica di avere relazioni sessuali possa arrivare ad essere lampante (essendo essa connessa alle norme della realtà), non si permette loro di appagare questo bisogno, né si fa nulla per porre rimedio al loro malessere.

È evidente che nonostante si soffra di qualche disabilità fisica o psichica, è possibile nutrire delle normali pulsioni sessuali e provare la voglia di condividere questo desiderio con un’altra persona, un altro corpo, giocare, dare e ricevere piacere. È talmente ovvio che sembra impossibile che io lo debba scrivere e che esistano leggi che lo censurino, educatori/rici che lo ignorino o che si occupino della questione con spietata moralità bigotta. Non mi verrebbe mai da pensare che scopare con persone, ad esempio, affette da sindrome di down (dalle quali ci differenzia un unico cromosoma), autistiche, o con qualcuno/a rimasto/a menomato/a in seguito a un incidente o a una malattia, possa essere aberrante (tantomeno straordinario).

Di sicuro lo scambio sarebbe estremamente interessante per ambo le parti. Personalmente non ho mai scopato con nessun/a portatore/rice di handicap, ma si tratta di un’esperienza che prima o poi farò, di fatto è un servizio che offro come «cagna orizzontale»2. Non c’è quella componente morbosa che sperimenterei ad esempio scopando con più persone o con qualche sconosciuto/a, si tratta solo di una curiosità aggiuntiva favorita dalla mia ignoranza totale circa il loro modo di sentire le cose, il modo in cui i loro corpi funzionano, di sicuro ci saranno sfumature che mi sono del tutto sconosciute.

Resto a bocca aperta di fronte alle meravigliose campagne pubblicitarie in televisione (patrocinate da banche e compagnie petrolifere) per l’«integrazione sociale» delle persone con handicap fisici o psichici: lavorino pure, paghino i propri contributi, si emancipino, paghino l’affitto o il mutuo. Ma nonostante si finga di considerarli adulti/e, il castello di buona fede e falsa integrazione crolla quando si affronta la questione del sesso (anche all’interno del matrimonio) e delle relazioni sociali che vadano oltre l’amicizia o un legame familiare. Concedere loro una certa autonomia perché possano dare i loro contributi alla comunità non significa che abbiano diritto a nessun tipo di vita sessuale. L’educazione sessuale impartita nelle scuole ordinarie è insufficiente, quella rivolta ai/lle disabili è addirittura nulla. Non hanno sesso, quindi educarli/e al riguardo sarebbe uno spreco di tempo. L’unico sforzo sensato è quello di convincerli/e che in mezzo alle gambe non hanno nulla che non serva a pisciare o a cagare, sforzo che ben poche volte verrà premiato con un’accettazione da parte della persona interessata, visto che, come diceva Renèe Vivien: «niente è più forte del desiderio». I loro matrimoni devono essere tutelati da persone «capaci» per poter essere portati a termine, ma la cosa può risultare impossibile se «si prova che il contraente difetta in modo grave di discrezione di giudizio»3. Ho deciso di provare a parlare personalmente con una persona catalogata come «incapace» dalla legge e dal sistema, per sapere cosa ne pensa, perché avesse la possibilità di esprimersi. Rafa è nato 40 anni fa dall’unione di una paya [NdT: termine gitano per designare i non gitani] e un gitano, ed è nato con una difficoltà: paralisi cerebrale. La sua vita è stata un andirivieni tra istituzioni religiose, governative e private. Non ne conserva buoni ricordi. Ma Rafa possiede una sessualità fuori dal comune e parla di sesso senza peli sulla lingua. La rabbia che prova per come è stato trattato nel corso della sua vita non si può esprimere a parole, ma la si può capire attraverso di loro, per questo lascio qui una sintesi della nostra conversazione4:

D: Dove hai imparato ciò che sai sul sesso?

R: Per strada, fin da piccolo era qualcosa che mi circondava.

D: Quando hai avuto la tua prima esperienza sessuale? Con chi?

R: A quindici anni, con una ragazza handicappata.

D: Ti avevano detto qualcosa sul sesso? Avevi ricevuto un’educazione sessuale?

R: No. Negli anni ‘80 a scuola nessuno insegnava nulla al riguardo, come adesso.

D: Cosa ne pensi del fatto che secondo la società le persone che soffrono di qualche disabilità non siano dotate di sessualità?

R: La società è una merda schifosa. Solo perché non siamo come gli/le altri/e, allora non serviamo. Credono che a noi non si alzi, che non siamo capaci di provare desiderio. È un errore diffuso.

D: E delle leggi che vi considerano «incapaci» e che negano la vostra sessualità?

R: Le leggi non servono a niente, sono un’altra merda. Le leggi mi fanno schifo.

D: Parlami delle istituzioni attraverso le quali sei passato nel corso della tua vita.

R: Le istituzioni sono come carceri. Ce n’era qualcuna in cui ci svegliavano alle sette del mattino e insieme alla colazione ci davano i sedativi, per farci stare tranquilli/e durante il resto del giorno e per non farci disturbare. Tutto il giorno davanti alla televisione. Anche questo contribuisce a far addormentare la tua sessualità.

D: Pensi che questo rifiuto da parte della società e della legge abbia a che vedere con la paura che vi riproduciate?

R: Può essere. Immagina se creassimo una famiglia numerosa di disabili. Di fatto, il 95% delle persone che soffrono di handicap psichici sono castrate. Dei/lle disabili fisici/che non so molto, ma so che anche alcuni/e di loro vengono sterilizzati/e, soprattutto gli uomini.

D: Come?!

R: Prima che i/le figli/ie compiano cinque anni, i/le genitori/rici possono firmare un documento che autorizzi la vasectomia o la legatura delle tube, si dice che sia un modo per proteggerci…

D: Perché dicono che non avete la possibilità di avere figli/ie? Con la scusa di proteggerci fanno di tutto…

Zou: Un disabile non sempre può esprimere la propria opinione o parlare della voglia che ha di fare sesso. Pepo, ad esempio, non può.

D: Chi è Pepo?

Z: Non parla, la sua capacità di comunicazione è molto limitata.

R: O come Antonio García.

D: Cosa succede ad Antonio García?

R: È sordomuto, ma lo fa con Pepo.

D: Lo fanno assieme?

Z: Sì, sono una coppia affettuosa. Si mettono insieme nella vasca, dormono assieme.

R: Le operatrici, al contrario delle prostitute, scappano da me.

D: Scappano da te? Perché?

Z: Perché è un vecchio bavoso!

R: Perché la mia mano finisce sempre in certi punti focali dell’uomo o della donna.

D: Questo mi piace, sei bisessuale?

R: Sì, mi dichiaro bisessuale. Mi apro a tutte le sessualità. Siamo animali.

D: Rafa, cosa sai tu di questi trattamenti istituzionali nei confronti dei/lle disabili? Sembra che ti sia documentato abbastanza…

R: Qui in Spagna la situazione è brutta, ma in America Latina… sono stato in Cile, in Perù, in Ecuador, in Argentina… là è ancora peggio. Pensa che a Cuba li/e chiudono in gabbie, non insegnano loro né a scrivere, né a leggere… li/e rinchiudono per potersene dimenticare.

D: Qui come funziona?

R: Di sesso non si parla mai. Io sono sveglio e l’ho sempre richiesto, con prostitute, chiaramente. Ma questo solo adesso che posso chiederlo, sono stato in altri posti dove ti tengono così sedato che non puoi neanche pensarci, al sesso. In molti istituti ci tengono come vegetali.

D: Immagino che le prostitute e le suore non siano molto compatibili…

R: Negli istituti pubblici o religiosi fare sesso è totalmente fuori discussione e se vedono che ti piacerebbe e che non rinunci ti puniscono, ti drogano…

D: Ok Rafa, è stato un piacere poterti intervistare. Appena uscirà il libro te ne regalerò una copia.

R: Aspetto la presentazione per poter venire a vederla.

D: Vieni con me? Sarebbe fichissimo!

Molta gente sarebbe terrorizzata se le persone che il codice legale definisce come «incapaci» un giorno decidessero (quelle in grado di farlo) di andare per strada a proclamare le terribili ingiustizie a cui le loro vite e i loro corpi vengono sottoposti. Esattamente come esistono manifestazioni per protestare per le limitazioni dei diritti delle persone omosessuali, dovrebbe essercene una dedicata a questa sessualità mostruosa e ignota. La combriccola del Foro de la Familia, la Conferenza Episcopale e i/le fascisti/e si allarmerebbero molto di più vedendo due minorati/e pomiciare, che non se si trattasse di due froci o due lesbiche. Immagino che l’idea che si riproducano faccia parte dei loro peggiori incubi. Mi piacerebbe che un giorno una manifestazione simile avesse luogo, o che per lo meno la si facesse finita con l’ipocrisia e il cinismo riguardo a questa sessualità che è stata resa invisibile da chi la osserva (e non da chi la vive) perché questi/e se la fanno sotto dalla paura ogni volta che qualcosa si allontana dalla loro reazionaria visione del mondo. Basta! Forse sono ripetitiva, ma vogliamo solo che ci lascino vivere in pace.

15-Le-DiableLa situazione dei/lle bambini/e è diversa, perché la loro «incapacità» è solo temporanea e la vittimizzazione è più estesa. I loro corpi sono trattati con una cautela supplementare, perché un giorno saranno adulti/e e nella loro educazione risiede il germe che li/e trasformerà in servi/e o in contestatori/rici, per questo la manipolazione operata sulla loro sessualità è molto più complessa e strategicamente meglio elaborata. Anche la violenza gioca un ruolo fondamentale nell’educazione infantile. In passato si trattava di una violenza esplicita, ora viene mascherata da una falsa benevolenza. Io ho avuto la fortuna di avere degli/lle ottimi/e genitori/rici, che non mi hanno mai messo le mani addosso, ma molte persone vicino a me si trascinano le conseguenze dell’aver avuto dei/lle genitori/rici severi/e, violenti/e, o eccessivamente autoritari/ie. Conosco anche, purtroppo, persone che durante la loro infanzia sono state violentate da degli/lle adulti/e. La pedofilia, intesa come abuso di potere a scopi sessuali da parte di un/a adulto/a nei confronti di un/a bambino/a è deprecabile non per lo specifico fine dell’abuso, ma solo in quanto abuso. Per questo farei fatica a catalogare in ordine di abiezione gli infiniti abusi possibili che vengono commessi a danno dei/lle bambini/e: li trovo tutti ugualmente atroci. Ciò che c’è di veramente traumatico nel fatto che un/una adulto/a si scopi un/a bambino/a non è il fatto in sé, ma il modo coercitivo in cui l’adulto/a si avvicina alla sessualità infantile, dando per scontato che questa non esista. Colui/ei che abusa sarà protetto/a dal silenzio che, secondo l’antica teoria pedagogica, verrà mantenuto dal/la minore quando crescerà, poiché incapace di ricordare ciò che è avvenuto prima di aver compiuto sette anni. Verrà inoltre protetto/a dalla scarsa credibilità dei/lle minori in tribunale.

Chi abusa lo fa per il desiderio morboso di colonizzare una terra vergine e rubare l’innocenza a un’anima pura, vero?

Sono tutte palle: i motivi che spingono ad abusare sessualmente di un/una minore si basano su una montagna di merda e bugie. La verginità e la purezza sono un’invenzione della morale giudeocristiana. I/le bambini/e non sono né puri/e, né impuri/e: sono solo nuovi/e nel mondo e ricorderanno cose avvenute molto prima di aver compiuto i sette anni e il fatto di non ricordarsele non significherebbe comunque che non influenzerebbero la loro vita futura, perché tutto ciò che ci succede quando siamo piccoli/e contribuisce a trasformarci in ciò che saremo durante il resto delle nostre vite. Non c’è bisogno che dica che siamo dotati/e di una sessualità fin da quando siamo giovanissimi/e e il fatto che questa non risponda a norme sociali o che non sia condizionata dall’esperienza non è un buon motivo per negarne l’esistenza.

Chi abusa crederà di colonizzare, invadendo terre non profanate da altri esseri umani, ma in realtà il corpo infantile sarà già stato toccato dai/lle medesimi/e proprietari/e, o da altri/e bambini/e. Tra chi abusa e chi è abusato non si stabilisce un equanime gioco di piacere, il corpo indifeso viene trattato come un oggetto a scopi sessuali e feticisti, un oggetto masturbatorio al quale si attribuiscono sentimenti solo quando qualche pezzo di merda può provare piacere attraverso il turbamento e il dolore altrui.

Così come ci divertiamo a giocare con un/a bambino/a solo se anche lui/ei capisce il funzionamento del gioco (ovvero se ciò a cui giochiamo rientra nel suo bagaglio cognitivo), le relazioni sessuali tra adulti/e e minori dovrebbero stabilirsi attraverso questo stesso parametro, e la conseguenza più ovvia sarebbe che in questo modo relazioni di questo tipo non si verificherebbero, visto che la sessualità infantile è radicalmente diversa da quella adulta: i corpi sono diversi e funzionano in maniera diversa. L’esperienza acquisita da una persona adulta durante le relazioni precedenti, fa sì che l’aspettativa al momento di ricevere piacere non possa essere soddisfatta da un/a bambino/a inesperto/a. Anche se si trattasse di un gioco pattuito da ambo le parti non sono sicura che il/la minore potrebbe assimilare l’esperienza, posto che il suo corpo non potrebbe capirla. Non scarto l’idea che neanche l’adulto/a potrebbe essere incapace di assimilarla…

Non ho mai fatto sesso con un/una minore (tranne quando io stessa lo ero) e non so con l’esperienza che ho io che effetto farebbe, forse non ci sarebbe nulla di male se la mente dell’adulto/a fosse sufficientemente sana e quella del/la minore sufficientemente sveglia da canalizzare le sensazioni in maniera adeguata.

Quando ero piccola includevo il sesso nei miei giochi costantemente, sia da sola che in compagnia. Facevamo cose che adesso considero fantasiose perversioni assolutamente illimitate, del tutto libere da quella merda che si accumula nei genitali che abbiamo nel cervello nella misura in cui ci tagliano i tentacoli degli impulsi sessuali. Questi giochi si realizzavano quasi sempre in modo spontaneo (anche se in alcuni casi venivano pianificati, soprattutto dopo che ci rendemmo conto di star facendo qualcosa di proibito) e in mezzo ad altri giochi. Normalmente succedeva in piccoli gruppi più affiatati (già da piccolo/a impari a distinguere i/le compagni/e di gioco ideali, da quelli/e barbosi/e) all’interno dei quali non vigeva alcuna gerarchia, ma devo ammettere che in molte occasioni ero io a fare la «proposta indecente», anche se lo sviluppo, poi, era frutto della mente di tutti/e. Di sicuro quasi ogni volta che ci riunivamo in privato in occasione di qualche compleanno, finivamo per giocare a qualcosa relazionato con il sesso. Niente di nuovo, ma non credo che ricorressimo mai alla scusa di giocare «al dottore» o «a fare mamma e papà» per poterci toccare o spogliare: lo facevamo e basta. Né erano i maschi più interessati alla questione di quanto non lo fossero le femmine, come si pensa che avvenga in generale. I nostri generi (e questo suona molto queer, ma è vero) sfumavano in qualche modo nella neutralità della mancanza di sviluppo ormonale. È così che tra i sette e gli undici anni la mia vita sessuale è stata preziosamente arricchita da quella dei/lle miei/e amici/che, con i/le quali organizzavo autentici sex-parties.

Non so cosa sarebbe successo se un/a adulto/a avesse provato a partecipare ai nostri giochi, sicuramente lo/a avremmo scacciato/a a pedate e comunque non lo/a avremmo lasciato/a partecipare, principalmente perché non avrebbe potuto essere all’altezza delle nostre fantasie e dei nostri desideri. Uno dei giochi che facevamo consisteva in quanto segue: in camera mia c’erano due letti singoli, che stavano normalmente attaccati. Li separavamo lasciando una quindicina di centimetri di spazio; uno/a di noi (in queste occasioni eravamo normalmente quattro o cinque) si sdraiava nudo/a a pancia in giù in mezzo ai due letti, in modo che il resto di noi poteva, da sotto i letti, accedere ai suoi genitali. Così, senza sapere chi o come lo/a stesse toccando, rimaneva un po’ in quella posizione. Noi da sotto facevamo di tutto: toccavamo, accarezzavamo, succhiavamo… e poi cambiavamo turno. Ricordo l’ardente sensazione quando toccava a me lasciare che mi palpassero. Non so se riuscissi a venire, visto che di certo non era quello il nostro obiettivo. Si trattava dell’erotismo del tatto, di toccare altri corpi e altri genitali diversi dai nostri. Soddisfare certe curiosità, almeno per me, era la cosa più eccitante. Forse questa era la principale differenza tra il sesso che facevo da piccola e quello che faccio adesso: la ricerca dell’orgasmo non era solo secondaria, ma era completamente sublimata nei nostri giochi, anche se sono sicura che tutti/e lo perseguissimo quando ci masturbavamo da soli/e. Un altro aspetto positivo di questo gioco è che non mi faceva più paura quello che poteva esserci sotto al letto, perché avevamo trasformato quello spazio, precedentemente abitato da un mostro (inventato dai/le malvagi/e genitori/rici degli/lle altri/e e a me trasmesso da loro perché non scappassimo nel cuore della notte a combinarne qualcuna delle nostre) in un luogo di piacere. Facevamo qualcosa di simile anche nell’armadio: uno/a di noi ci si chiudeva dentro, tra le giacche, gli/le altri/e infilavano solo la mano e lo/a toccavano.

Un altro gioco, più sofisticato, degno di un film di Maria Beatty, apparteneva solo a me e alla mia amica Esther. Prendevamo un gomitolo di lana e lo srotolavamo tutto, poi lo riavvolgevamo una da una parte e una dall’altra, di modo che alla fine si creassero due gomitoli legati uno all’altro. Ci mettevamo ognuna un gomitolo nella fica o nel culo e poi ci mettevamo a camminare per la casa, legando il filo che usciva dai nostri buchi ai mobili, alle colonne, ai divani e ai nostri propri corpi. Vinceva chi finiva il filo per prima. Ridevamo molto con questo gioco, ma eravamo consapevoli che, a parte il divertimento di aggrovigliare il filo per tutta la casa, ottenevamo anche un piacere sessuale degno di considerazione. Dopo aver messo tutto a posto ed esserci rivestite immaginavamo cosa sarebbe successo se sua madre fosse arrivata a casa prima del tempo e ci avesse trovate in quelle condizioni e ridevamo ancora di più. In qualche modo ridevamo degli/lle adulti/e, della loro ridicola e noiosa maniera di fare le cose, della loro mancanza di immaginazione, del loro eccesso di compostezza.

Mi domando come scoperemmo se non avessimo mai visto film porno, se non ci avessero mai detto (o imposto) come farlo. Sarebbe sicuramente più divertente. In questo senso credo che la postpornografia recuperi in qualche modo lo spirito libero dello scopare infantile. I/le bambini/e scopano, vorrei che questa cazzo di società se ne rendesse conto, invece di ignorare la loro sessualità e cercare di impedire che questa si sviluppi in modo sano e completo.

E non lo so perché me lo sono immaginato, ma perché l’ho vissuto e non credo che io e i/le miei/e amici/che fossimo casi eccezionali. La cosa triste è che si debba fare di nascosto, sotto la pressione di mille restrizioni. Se esistesse un parco in cui ci fossero solo bambini/e la cui libertà non fosse mai stata limitata dai/lle genitori/rici, forse assomiglierebbe a un parco di battuage5 infantile. Io non scopavo nei parchi con i/le miei/e amici/che, perché negli spazi pubblici questi/e sembravano contenersi molto di più, ma qualche volta è capitato, per cui tutto è possibile.

Non sto facendo un’apologia della pedofilia, cerco solo di far capire che esiste una discriminazione strisciante che si nasconde dietro ai crimini commessi contro l’infanzia. Alcuni sono crimini socialmente accettati, avallati da religioni, governi e pedagoghi/e, altri ti fanno finire in carcere.

Costringere un bambino a sottomettersi alla nostra volontà senza dargli spiegazioni (sapendo che non ne capirà le motivazioni adulte) è un crimine che viola la sua integrità e la sua autonomia; forare i lobi a una bambina (o praticarle qualunque modifica corporale permanente, vedi l’infibulazione) quando è appena nata, è un crimine contro la sua facoltà di scelta che la lascerà marcata per il resto della sua vita; battezzare, tagliare il prepuzio, o costringere a prendere la comunione; le mutilazioni genitali sofferte da migliaia di bambini/e intersessuali ogni giorno, per adeguarli/e ai parametri della normalità; i castighi fisici imposti «per il loro bene»… tutti questi sono gravi crimini contro l’infanzia, ma sono istituzionalizzati e non sono solo accettati come processi normali, ma il sistema li premia, li fomenta e li sostiene. Leggendo il libro di Alice Miller Per il tuo bene. Origini della violenza nell’educazione del bambino6sono rimasta atterrita dal numero di ingiustizie commesse su bambini e bambine, fin da quando sono neonati/e, in nome dell’educazione, avallate da secoli e secoli di pedagogia destinata a trasformare l’individuo in una macchina di obbedienza e lavoro. In special modo mi hanno colpita i frammenti di scritti pedagogici Pedagogia nera di Katharina Rutschky. Vi ho trovato assurdità quali: «Un bambino abituato ad obbedire ai genitori si sottometterà volentieri alle leggi e alle norme della ragione quando diventi padrone e signore dei propri gesti, perché sarà abituato a non agire secondo la propria volontà»7. Mi chiedo in che modo potrebbe una persona essere davvero padrona dei propri gesti se non attraverso l’esercizio della propria volontà, caratteristica che, insieme al temperamento, la personalità, i sentimenti e la testardaggine, fa parte di quanto la pedagogia dei secoli XVIII e XIX (ma in qualche misura anche quella del XX) cercava di sradicare da ogni bambino/a (futuro/a adulto/a) con i metodi più crudeli e disumani.

Un altro frammento da far gelare il sangue nelle vene: «Le parole non sono esattamente lo strumento ideale per instaurare e sviluppare la condotta morale, né per sradicare ed allontanare l’immoralità»8. Né ci sono parole per descrivere i metodi raccomandati da questi/e signori/e per spiegare alle creature come fossero venute al mondo (ho trovato roba molto peggiore della cicogna), per sradicare i loro sentimenti (poiché la natura dei/lle bambini/e è immorale), per spogliarli/e completamente della loro personalità, per tatuarli/e irrimediabilmente con il segno dell’ordine castrante e repressore nel più profondo delle loro coscienze.

Non è necessario andare troppo indietro nel tempo: il sistema dell’educazione tradizionale è tuttora in vigore, solo che adesso viene camuffato da amabilità e perspicacia. Alice Miller espone come segue la lista di barbarie che stabilivano e stabiliscono la base dell’educazione generica e che continuano ad essere applicate: «Gli adulti sono padroni (non servi!) del bambino dipendente; decidono, come dèi, cosa è giusto e cosa sbagliato; la loro ira deriva dai loro conflitti e il bambino ne è responsabile; i genitori vanno protetti; i sentimenti intensi di un bambino costituiscono un pericolo per l’adulto dominante; è necessario “fiaccare la volontà” del bambino il prima possibile; va fatto tutto a un’età molto giovane, di modo che il bambino “non si accorga di niente” e non possa tradire l’adulto»9.

Oggi alcuni di questi comportamenti, nonostante si tratti di crimini, non solo non vengono realmente perseguiti, ma sono socialmente accettati, come se non fossero illegali, ma totalmente leciti. Allungare di tanto in tanto un paio di sberle a un/a bimbo/a viene considerato dalla maggior parte della società come opportuno. Nessuno denuncerebbe una madre per aver schiaffeggiato suo figlio in un parco, se gli facesse un pompino nello stesso contesto le telefonate alla polizia si sprecherebbero. Non sto dicendo che una cosa sia più grave dell’altra, lo sono entrambe, il problema è che una di queste è regolamentata da una legge che viene però ignorata, mentre l’altra è considerata un crimine ed è condannata tanto dalla legge quanto dalla gente comune. Quello che mi dà più fastidio non è che ci siano adulti/e che impongono la loro sessualità su dei/lle bambini/e per ottenere piacere in cambio, sapendo perfettamente che loro non capiranno il funzionamento della questione; la cosa peggiore è che gli/le adulti/e abusano continuamente dei/lle bambini/e ma la cosa viene demonizzata e penalizzata solo quando si tratta di sesso.

Un esempio molto pratico: il matrimonio. Come potrebbe una creatura di cinque o sei anni capire perché debba indossare un cazzo di vestito dannatamente scomodo, pieno di lacci? E perché tutti quanti diranno: «che carino/a!» e gli/le pizzicheranno le guance? Io ho avuto la fortuna di assistere solo a un evento del genere nella mia vita, ed ero troppo piccola per potermene ricordare; so solo che avevo un vestito comodo pieno di fiocchi che succhiai durante tutta la cerimonia, ma conosco molte persone traumatizzate da «abusi» di questo tipo. Per non parlare delle comunioni! La maggior parte dei/lle bambini/e la fa solo per via dell’implicita corruzione dei regali e del banchetto. Personalmente considero terribile che si imponga una religione a una persona che non ha ancora un’età sufficiente per comprenderla, e che per di più la cosa avvenga subdolamente, attraverso seduzioni materiali. Mi chiedo quale sia la differenza tra questo tipo di corruzione e quella dello zio che offre una caramella alla nipotina in cambio di una sega. O, per spiegarmi meglio: non vedo differenza tra un prete che costringe un ragazzino a succhiarglielo e lo ricatta perché non lo vada a dire in giro e un prete che dice allo stesso ragazzino che se non farà la comunione finirà all’inferno.

Voglio dire: se la ragione per cui si proibiscono le relazioni sessuali tra adulti/e e minori è che questi/e non hanno l’età per capire il funzionamento di ciò in cui li si sta coinvolgendo (l’unica ragione che io ritengo valida) e che questo li traumatizzerà, mi piacerebbe sapere per quale motivo allora costringerli a fare altre cose «da adulti/e», che potrebbero pregiudicare altrettanto la loro integrità, imporgli credi assurdi o rituali ridicoli, non sia considerato sbagliato, schifoso o criminale. Anche se in realtà lo so: quando c’è di mezzo il sesso tutto diventa sporco e oscuro, qualsiasi cosa ad esso correlata diventa ambigua e imbarazzante. Ma non riesco a capirne il motivo. Ho letto la dannata Storia della sessualità di Focault e continuo a non capire come una cosa così basilare possa avere tanto potere.

Cos’è esattamente un minore? Me lo sono chiesta molte volte. Com’è possibile catalogare le persone usando un unico criterio temporale? Nessuno vive il tempo alla stessa velocità, il processo di maturità è così intimo, così caratteristico della singola personalità, così vincolato alle circostanze di vita di ognuno/a che è ridicolo che la data di nascita possa essere determinante per stabilire se qualcuno/a possa o meno fare una determinata cosa. È ridicolo che un ragazzo di quattordici anni possa essere considerato abbastanza responsabile per poter guidare un motorino, ma non possa farsi una scopata con una persona maggiore di diciotto anni senza rischiare di mettersi (o metterla) nei guai con la legge. Negli Stati Uniti una persona a sedici anni può possedere un’arma o guidare un’auto, ma non può fare sesso legalmente. Abbastanza cervello per uccidere, troppo poco per poter scambiare fluidi…

Se lo Stato stabilisce quando una persona può o meno fare qualcosa con il proprio corpo mi rifiuto di chiamare una simile situazione «Stato di diritto».

Con la scusa della legge sulla protezione del minore, questa creatura considerata troppo fragile per alcune cose e così forte per altre (e qui mi riferisco in concreto alle torture giustificate dall’educazione), siamo arrivati/e al punto in cui non è possibile mostrare il volto di un/a minorenne in televisione e credo che questo eccesso di protezione (la maggior parte delle volte del tutto immotivata) metta in pericolo uno dei più sacri diritti dell’essere umano: la libertà decisionale. Anche se a questo punto, dopo aver letto questa legge dall’inizio alla fine, non so più se i/le minori siano o meno esseri umani, visto che non godono di quasi nessuna delle relative libertà e che fino ai diciotto anni, almeno in Spagna, sono, di fatto, una proprietà dei/lle genitori/rici o dei/lle tutori/rici; qualcosa che capita di «avere», non qualcuno/a con cui condividere parte della propria vita. I/le bambini/e e «i/le disabili» scopano e hanno una sessualità, quando la società se ne sarà fatta una ragione, magari a molti/e passerà la voglia di scoparseli/e o di censurare i loro desideri.

1Quando ero piccola mi sedevo sulla tazza del wc al contrario e aspettavo che la sensazione di bollore in mezzo alle gambe se ne andasse. Non capivo che se solo il mio dito avesse trovato la strada verso la mia passerina, il dolore sarebbe passato. Che per quanto mi contorcessi, mi stirassi, mi strusciassi o mi graffiassi le braccia o le gambe non avrei soddisfatto la mia fame. Che l’umidità nelle mie mutande non aveva niente a che vedere con il fatto che mia madre mi vestisse più del dovuto. Ma in quanto bambina mi mancavano le parole per chiedere, per cui mi tenni il mio fuoco e bruciai, tormentata e vogliosa fino al glorioso giorno in cui il mio dito trovò la carne, a gambe aperte e schiena inarcata, il miele colò dalla mia fica di 14 anni e piansi.

2«Cagne orizzontali» è un progetto di prostituzione alternativa, creato da diverse persone del collettivo queer di Barcellona, Madrid, Valenza; lo spiegherò più dettagliatamente nel decimo capitolo. Per saperne di più circa il progetto, chi ne fa parte e le condizioni : http://perrxshorizontales.org

3Codice di Diritto Canonico, can. 1095 n. 2 c.i.c.

4Questa conversazione ha avuto luogo grazie al mio caro amico Zou, che lavora attualmente nell’edificio in cui Rafa risiede attualmente, insieme ad altre persone portatrici di handicap. Il suo aiuto mi è stato imprescindibile perché la comunicazione con Rafa fosse scorrevole. Rafa si trova sotto la protezione della Fundació Pere Mitjans (www.fpmitjans.org), un esempio di come le cose andrebbero fatte in questo tipo di istituti.

5Finto francesismo noto nell’ambiente omosessuale che si riferisce a luoghi (generalmente parchi o spazi aperti) in cui si passeggia in cerca di partner occasionali sconosciuti. Sfortunatamente quest’uso non si è ancora esteso tra le donne.

6Alice Miller è laureata in filosofia. Ha insegnato e praticato la psicanalisi per vent’anni prima di pubblicare, nel 1979, il suo primo libro Il dramma del bambino dotato. In generale la sua opera letteraria-saggistica denuncia, basandosi sulla sua esperienza di terapeuta, i danni irreversibili causati dall’educazione tradizionale (da lei definito maltrattamento infantile) alle persone adulte.

7Sulzer, J.: Versuch von der Erzie und Unterweisung der Kinder, 1748.

8Hergang, K. G.: Pädagogische Realenzyklopädie, 1851.

9Miller, A.: Por tu propio bien. Raíces de la violencia en la educación del niño,

Tusquets, Barcelona, 1998, pág. 66.


appunti per una tecnologia transfemminista

Quella che segue è una traduzione fatta tra compagne: molteplici occhi, dita, teste, fiche … in vari tempi, in rete e supportate dal  pad di riseup,  un software open source di scrittura collettiva.

Si tratta dell’intervento di Lucía Egaña Rojas  durante le giornate  Porno Post-apocalittiche   che si sono tenute a barcellona questa primavera, un tripudio di performance,  incontri stimol-azioni e scambi.

Ecco gli appunti per una tecnologia transfemminista in pdf   mentre il pdf del testo originale lo trovate qui

Alcuni appunti per una tecnologia transfemminista.

Lucía Egaña Rojas1

Giornate Porno Post-apocalittiche, 10 anni di PostOp

“Si racconta ciò che si utilizza, non i modi di usarlo.

Paradossalmente questi diventano invisibili nell’universo della codificazione

e delle trasparenze generalizzate”

de Certeau, (2000, 41)

La forza della parodia consiste proprio

nel trasformare la pratica delle ripetizioni in una posizione che politicamente ci dia potere”

Rosi Braidotti, Cyberfemminismo con una differenza (1988)

Ho visto cose a cui gli umani si abitueranno:

giocando via internet al cyber-sesso, ho visto siti porno,

migliaia di pagine a un megabyte al secondo.

Tutti questi momenti si perderanno… nell’era eteropatriarcale…

come orgasmi…nella pioggia” parafrasi di Blade Runner

La gestazione di questi appunti inizia nella doccia di casa mia, dopo che Elena2 chiama dal suo iPhone 4 il mio Samsung (Galaxy Y Pro Young) GT-B5510 per dirmi, tra le varie cose, che mi proibisce di leggere un testo durante il mio intervento per queste giornate3.

Nella doccia penso alla scrittura come tecnologia di fissaggio discorsivo. Quali potrebbero essere i metodi di insediamento discorsivo del transfemminismo? Mentre evito il più possibile l’uso di saponi e prodotti chimici che non so bene cosa contengano sotto il codice chiuso della parola petrolio, realizzo: una scrittura transfemminista dovrebbe includere, oltre a testi, anche blog, performance, aggiornamenti di status e tatuaggi, umori/lacerazioni/squarci vaginali.

Esiste una metodologia nella tecnologia?

A Puerto Hurraco Majo4 mi chiese di ripetere l’intervento presentato all’incontro “dones implicades amb tecnologies”, però ovviamente ripeterlo per il compleanno n. 10 di PostOp sarebbe cagare fuori dal vaso. Quell’intervento fu realizzato nel contesto di una associazione di ragazzi che riempivano il loro programma (con le migliori intenzioni del mondo) con alcuni “esempi” di ragazze che lavoravano con le macchine. Un gesto nobile (e forse per lo stesso motivo conservatore) per dare visibilità al lavoro delle biodonne nell’ambito delle tecnologie. In quella occasione citai la conferenza di Audre Lorde, letta all’Università di New York nel 1984, nella quale si sostiene che “gli attrezzi del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone” (Lorde, 1984). Con “attrezzi” Lorde si riferiva alla classificazione di “femminista, lesbica e nera” che produceva, all’interno del femminismo (e a partire dalla nobile intenzione di darle uno spazio di visibilità specifica per la sua condizione), una divisione in categorie che la escludeva dal potersi riferire ad altri ambiti vitali che non fossero unicamente quelli che la sua condizione di femminista, lesbica e nera le dava la possibilità di enunciare.

Questo testo segue quindi una logica “re-utilitarista”, nel senso che lo costruirò a partire dal materiale presente in quel testo. Qui, in queste giornate post-apocalittiche, non voglio annoiarvi con cifre5 , né con le esperienze di formazione tech di biodonne, né con la mia stessa auto-formazione, sempre insufficiente, nell’ambito delle “nuove tecnologie”. La meccanica reutilitarista  di questo testo sarà quindi quella del femminismo, del software libero e delle molte resistenze contemporanee, che costantemente riutilizzano se stesse perché, in fondo, non è che ci sia qualcosa di totalmente nuovo6.

Io parlo dalla precarietà delle macchine rotte, parlo dallo stato alterato dell’errore, parlo come pornoOperaia del codice, come paria. Parlo dallo smartphone che comprai con i miei primi guadagni di prostituta; scrivo con Open Office lettere d’amore ad hackers che non conosco. Tecnologia e scienza sono parole prese controvoglia dalla stessa definizione del dizionario. Parlo con questo linguaggio mediato dal computer e dai dizionari online come se rigurgitassi latte acido dalla bocca. Tecnofilia e teconofobia sono due forze che si scontrano dentro di me. Sono come i batteri della vagina: il pericolo risiede nello sconvolgimento del suo equilibrio (e in questi casi uso iniezioni di kefir). Parlo come spammer, streamer, blogger e switcher.

Parlare di tecnologia è come parlare di quei concetti che hanno 2 milioni e mezzo di interpretazioni e che perciò diventano potenzialmente tutto. Si può dire “tutto è tecnologia”, così come “tutto è soggettivo”, senza, alla fine, arrivare a molto.

Quindi il problema è ridefinire il concetto, togliergli di dosso qualsiasi rumore di fondo che non sia il nostro. Ricondurlo, coccolarlo affinché raggiunga un amorfismo applicato alla nostra mostruosità contingente

Preso singolarmente, l’intreccio tra genere e tecnologia offre numerosissime letture possibili (come accesso alle tecnologie, breccia di genere, come costruzione disciplinante, come discorso tecnicizzante, etc).

Dare una definizione è in sé un gesto politico, sovvertire le leggi con cui sono state costruite le parole, cambiare i componenti del loro circuito, e, come conseguenza, farle funzionare in un altro modo.

In questo senso, partire dalla definizione di un media mainstream è il primo passo e uno dei più semplici. Iniziare dalla definizione di tecnologia riportata da Wikipedia, un media che spesso consideriamo legittimo per la sua metodologia collettiva di costruzione, anche se non per questo è salvoda ideologie tendenziose e convenzionali7.

Da Wikipedia8:

Tecnologia è l’insieme di conoscenze tecniche, organizzate scientificamente, che permettono di disegnare (progettare?) e creare beni e servizi che facilitano l’adattamento all’ambiente circostante e soddisfare sia le necessità essenziali sia i desideri dell’umanità. È una parola di origine greca τεχνολογία, formata da tékhne (τέχνη,arte, tecnica o capacità che può essere tradotto come destrezza) e loghìa (λογία,lo studio di qualcosa). Nonostante ci siano numerose tecnologie molto differenti tra loro, si usa frequentemente il termine alla forma singolare per riferirsi a una di esse o al loro insieme.

Vorrei fissare alcuni punti su cui si basa questa definizione:

  1. Presuppone   una divisione tra l’ambiente e ciò che ha o crea la tecnologia, e  anche se è molto interessante  porsi/pensarsi come qualcosa di non-naturale, la definizione continua a  presupporre che ci sono cose che naturali lo sono (come l’ambiente), instauranando una relazione quasi  antagonista tra le due parti. In questo senso non si  prenderebbe in considerazione il fatto che proprio la natura potrebbe  essere costruita dalla tecnologia (Preciado,  2002, 2013) bensì si imposta una relazione di conflitto  tra l’una e  l’altra. Dove sembra che una non permetta all’altra di vivere bene

  2. Presuppone un ordinamento scientifico delle conoscenze prodotte dall’umanità. E anche se possiamo relativizzare  ciò che è considerato scientifico, oggi come oggi esso continua ad essere  qualcosa di molto concreto e un metodo fortemente costrittivo nel quotidiano, come se fosse l’unico valido per ottenere legittimità.

  3. Si tratta di una descrizione abbastanza utilitaristica e progressista (nel senso che si muove verso il “progresso”), orientata all’industrializzazione, e, nonostante l’industria  affermi che la tecnologia può operare protesicamente sul corpo,  circoscrive sempre queste operazioni all’ambito della  produttività capitalista, riservata agli organi del lavoro  industriale (per esempio rimpiazzare la mano rotta dell’operaio  con un’altra meccanica affinché possa continuare a lavorare)  (Preciado, 2002, 131)

  4. Introduce il tema dei “desideri dell’umanità”, ma poi lo pianta in  asso.

Ci sono vari tipi di tecnologie (così come ci sono vari tipi di femminismi), e le compagne di PostOp lo affermano nel loro statement9“tutte le persone sono costituite (operate) da tecnologie sociali molto precise che le definiscono in termini di genere, classe sociale, razza”10.

Come non cadere in pratiche neoluddiste di completo annullamento di ciò che è tecnologico? Come saper sfruttare ciò che è conveniente, che è tattico, come rivoltarlo? Come dovrebbe essere una tecnologia transfemminista, quali la sua definizione e il suo utilizzo?

Di seguito alcuni appunti su come potrebbe essere una tecnologia transfemminista:

  1. Una tecnologia transfemminista NON può essere una “gara di cazzi”.

Quella che chiamo “gara di cazzi” è, negli ambiti tecnologici, una pratica così abituale da essere ormai naturalizzata (come il “lust of results”). Nella gara di cazzi non importa cosa fai con il tuo ma quanto è grande e quanto ci mette a diventare duro. E’ una questione di efficacia e presenza da un’unica prospettiva. Nella gara di cazzi non conta nulla che non sia cazzo e di carne (nulla che non sia un gadget, un artefatto, un marchingegno, una macchina, nulla che non abbia almeno un circuito integrato, una cpu, un codice informatico). Nella gara di cazzi non contano i processi, né le osservazioni, né le narrazioni, né i sensi. Si tratta di una dinamica mercificante e materiale, e in certi casi di un aberrante essenzialismo tecnologico11. La gara di cazzi, come indica il suo nome, è una sfilata di capacità mercificate dove alla fine? potrebbe vincere una di quelle esposte (e qui la possibilitá di “vincere” si incrementa con macchinari disponibili, accessi a aggeggi, in definitiva, con la proprietà privata). La “gara di cazzi” NON serve come metodologia per imparare qualcosa, ma solo per ammirare le cose. E’ una dinamica basata sulla proprietà (“guarda che figo il MIO aggeggio”)) e pertanto questa pratica rimane esclusa da quelle che enunceremo come tecnotransfemministe (contraddice il punto 2).

  1. Una tecnologia transfemminista dovrà essere anticapitalista, deindustrializzata e basata sul principio della differenza.

La tecnologia capitalista é orientata alla perdita progressiva di autonomia. Il miglior esempio di questo è l’iPad, una tavoletta di plastica piena di fili prodotta in Cina da minorenni, che non ha nemmeno una porta USB e con la quale ti connetti unicamente a una nuvola immaginaria che non sai cosa contiene né come funziona, ma assomiglia a quelle che adornano il cielo nei coloriti prati di Heidi. Il capitalismo produce in serie, necessita della ripetizione perché necessita (e produce) l’abitudine e la fabbrica, e perché l’unica differenza tra un articolo e l’altro è il suo numero di serie, cosa che paradossalmente lo rende “originale”.

Una tecnologia anticapitalista non ha né numeri di serie, né fabbriche, né nuvole bianche su fondi celesti. Una tecnologia anticapitalista non sta nelle nuvole né in Cina perché sta, tra l’altro, nella fica ribelle che resiste al salvaslip come paradigma dell’omogeneizzazione castrante (perché sì, esiste la castrazione oltre la psicanalisi e la paura di perdere il fallo, come per esempio nelle tecnologie dell’olfatto che propone la Evax12).

Una tecnologia anticapitalista sarà transfemminista perché non starà sulle nuvole, perché quando si apre il codice appaiono tutte le immondizie della sua scrittura, appaiono i bugs, appare l’ingegneria sottile della monogamia come produzione della colpa, appaiono i lucchetti cinesi, i raggi X e i programmi di default, come se si dicesse: il sistema operativo di default è Windows, la sessualità di default è bianca e monogama, l’assuefazione è una nicchia del mercato, e quando i codici sono aperti niente di tutto questo è credibile perché sembra così banale e così “originale” che come minimo annoia di brutto.

La ripetizione è noia. Una tecnologia transfemminista si basa sull’irripetibilità del piccolo gesto, sulla serendipità, sulla sinergia e sulla casualità.

  3.  Una tecnologia transfemminista è analfabeta e promuove le metodologie queer.

Possiamo immaginare qualcuno che sia analfabeta delle tecnologie di genere? Qualcuno che adoperi male i dispositivi, che pronunci male l’identità, qualcuno che non ha mai imparato?Secondo le statistiche mondiali l’analfabetismo è un carattere proprio della povertà, c’è una relazione tra analfabetismo, scarso accesso alla tecnologia e popolazioni emarginate (nella cartina quelle che si vedono più grandi).

Una tecnologia transfemminista apprezzerà l’analfabetismo nella sua funzione improduttiva per l’industria, come una via per raggiungere cammini impensati dalla produttività e dalla velocità. L’afasia, più che una malattia, diventerà una strada per lo sviluppo di nuovi linguaggi e le metodologie su questo piano saranno queer o non saranno.

Le metodologie tradizionali (quelle non queer) prospettano una ricerca di risultati scarna, dove quanto studiato è un oggetto a cui si sovrappongono domande e ipotesi in un percorso che finirà (inevitabilmente) con il distruggere quello che rimaneva di vita in esso.

E’ così che la vita privata, l’esperienza, il corpo, diventano elementi che devono essere esclusi dalla ricerca, poiché è in questo modo che si manterranno queste clausole chiuse all’abietto, i codici chiusi della costruzione della soggettività

“Una metodologia queer è, in un certo senso, una metodologia accattona, che utilizza differenti metodi per raccogliere e produrre informazioni su argomenti che sono stati deliberatamente o accidentalmente esclusi dagli studi tradizionali del comportamento umano. La metodologia queer cerca di combinare metodi che spesso sembrano contraddittori tra loro e rifiuta la pressione accademica verso una coerenza tra discipline. (Halberstam, 2008, 32)”. Ecco.

    4 Alcune tecnologie transfemministe di PostOp.

4.1) Il potere intenzionale del contagio, la pedagogia e i laboratori.

Una delle forme che vedo possibili per la sovversione dell’obbligatorietà culturale del lavoro di cura è la pedagogia, né vittimizzante né altruista, ma intesa come una serie di competenze informali e probabilmente disapprovate dalla scienza, che si condividono fino ad acquisire un carattere virale. Una pedagogia contagiosa, che opera attraverso l’incarnazione, una specie di anti-pedagogia, perché non sarebbe mai riconosciuta come tale, perché lavora con la biografia e la vita del partecipante e perché i laboratori si trasformano in uno degli strumenti piú potenti per generare reti di resistenza, per il contagio soggettivo e per abbandonare in qualche modo questo concetto così fuori moda che è l'”io”.

4.2) I dispositivi della protesi parodistica.

C’è un’immagine di PostOp che ho visto più di 150 volte e che continua a colpirmi. Si tratta di una scena dove un esemplare con un pennello da make up in bocca “pulisce” o “ripassa” le “carni” di una bambola gonfiabile. C’è in questo gesto una parodia macabra dove, a partire dalla tensione di varie tecnologie di genere in un contesto cyberpunk, l’immagine mi porta a stati di alta commozione e nel frattempo si scopa gli ultimi 10 anni di iconografia dei videogiochi, compresa un’icona tradizionalmente lesbica come quella di Lara Croft. Lara Croft non è nessuno di fianco a Majo Pulido con il suo pennello da make up in bocca. Perdonatemi se lo dico cosí, però è Lara Croft la bambola gonfiabile.

Non è che non conosciamo le protesi, nasciamo avendole incorporate, la maggior parte delle volte le abbiamo anche naturalizzate. Ciò che dobbiamo ancora esercitare un po’, forse, è la loro parodia, esercitare il leva e metti, l’uso incoerente, e PostOp in questo ci regala esempi importanti.

4.3) Usare gli spazi pubblici e istituzionali per generare esperienze estreme.

Le pratiche postpornografiche di Barcellona hanno fatto un lavoro intenso occupando gli spazi pubblici. Performance ed esercizi pratici dopo un laboratorio si trasformano in strumenti per l’appropriazione dello spazio a partire della soggettività e in maniera collettiva. La mescolanza tra il pubblico e il privato risulta essere una pratica di disorientamento e destabilizzazione costante che deforma le divisioni castranti dello spazio, divisioni che in qualche modo salvaguardano categorie speciste e disciplinari limitando direttamente i percorsi del desiderio (o la generazione di nuovi desideri). In qualche modo il lavoro di PostOp prospetta la non differenziazione tra spazio pubblico e privato come una pratica dell’esperienza, perché mantenersi nel ruolo dell’osservatore sarebbe, in definitiva, mantenere questa divisione spaziale castrante.

  1. Una tecnologia transfemminista non ha paura.

Una tecnologia transfemminista cerca spazi di sicurezza che dovrebbero passare per le feste, gli incontri, gli after, e necessariamente cercherà di superare la vulnerabilità nello spazio pubblico del virtuale. Youtube non è uno spazio di sicurezza, Google non è uno spazio di sicurezza, Facebook non è uno spazio di sicurezza. I loro server sono iscritti nelle liste degli strumenti del discorso eteropatriarcale. Possiamo entrare e uscire da essi (e la maggior parte delle volte ci obbligheranno a uscire proprio), perché in qualche modo abbiamo sempre vissuto in spazi non sicuri, costruendo fortezze collettive e affettive di protezione, però chiedo una tecnologia transfemminista che generi i suoi spazi di sicurezza, in città e nella rete. Chiedo server liberi, senza censura, dove non ci tocchi mascherare contenuti né autocensurare video. Chiedo che ci organizziamo per ottenerli.

Una tecnologia transfemminista non ha paura, né delle macchine né dell’autoesplorazione del corpo, vediamo quel che c’è dentro, la cervice e l’aldilà. Una tecnologia transfemminista sarà un esercizio di perdita della paura, una ricerca per conoscere come si connettono i cavi (culturali o delle macchine) dentro alle casse grigie che sono a volte i corpi o i portatili. Una tecnologia transfemminista aggirerà l’obsolescenza programmata del corpo per programmare l’obsolescenza del genere, e nello stesso modo metterà le mani nelle macchine, riciclerà bulloni di vecchi aggeggi (cacharros), saprà come aprire il portatile o conoscere i piaceri dell’ano.

Chiedo che esploriamo le tecnologie artigianali, senza patenti, le tecnologie dell’errore, l’hacking, le tecnologie dissidenti, di basso profilo, tecnologie sociali, dei generi abietti e della controcultura. Chiedo, come un grido disperato illuminato da Haraway, che estraiamo senza paura i codici della scrittura, che apriamo le macchine e che non si sparga mai più una lacrima per un computer morto.

Barcellona 22 marzo 2013.

Bibliografía:

– De Beauvoir, Simone (2002), ¿Hay que quemar a Sade?,Madrid: A. Machado Libros.

– Halberstam, Judith (2008), Masculinidad femenina, Madrid: Egalés.–

– Haraway, Donna (1995), Ciencia, cyborgs y mujeres, Madrid: Cátedra.

– Lorde, Audre (1984), Las herramientas del amo nunca desmantelarán la casa del amo, Lima:Flora Tristán.

– Preciado, Beatriz (2002), Manifiesto Contra-sexual, Madrid: Opera Prima.

lucia

note

1Ringrazio per alcune idee e suggerimenti bibliografici Carlos López y @M_Langstrumpf. Questo testo fa parte di un processo in itinere nella pagina http://www.lucysombra.org/archives/category/textos/genero-y-tecnologia

2Membro del Collettivo PostOp, [ndt]

3Le giornate Porno Post-apocalittiche che si sono svolte a marzo 2013 a Barcellona per celebrare i 10 anni del collettivo PostOp, [ndt].

4Membro del Collettivo PostOp, [ndt]

5 È possibile consultare questa eccezionale raccolta realizzata da FemalePressure a partire dai principali festival di elettronica del panorama europeo: http://femalepressure.wordpress.com/facts/ (consultato nel marzo 2013)

6 In un certo senso, nessuna di queste forme di resistenza è sufficiente, dal momento che offrono una liberazione solamente procedurale (ed è già qualcosa). Come direbbe Simone de Beauvoir riguardo a de Sade “de Sade non ci offre l’opera di un uomo liberato: ci rende partecipe del suo sforzo di liberazione” (De Beauvoir, 2002, 74).

7Devo ammettere la mia relazione traumatica con Wikipedia, dove mi è stata rifiutata la maggior parte dei contributi con la  motivazione che “non si tratta di sapere enciclopedico”. Tra le definizioni rifiutate c’era ad esempio la voce in castigliano dell’artista guatemalteca Regina José Galindo, che vinse il Leone d’Oro alla Biennale di  Venezia del 2005. Com’è possibile che i redattori di Wikipedia  possano, tanto facilmente, definire un contenuto come “non enciclopedico”? Perché questa cosa mi è successa diverse volte con contenuti legati al femminismo e non con altri riferiti ad argomenti geografici?

9Lo “statement” è uno strumento usato in campo artistico per legittimare una serie di riflessioni o pratiche come artistiche. In ambiente ispanofono, is usa il termine inglese come si fa per concetti come “queer”, “egagement”, “flyer” o “cool”.

10Estratto dal loro sito http://postporno.blogspot.com.es

11 Quasi un anno fa, durante l’incontro LabSurLab, al tavolo dedicato a genere e tecnologia, alcune compagne di un collettivo audiovisuale indigeno argomentavano che le loro conoscenze tecnologiche erano millenarie. Si trattava di essere in grado di osservare il letto del fiume e i cicli della luna, per sapere quando coltivare, si trattava di ascoltare la terra per coordinare i ritmi vitali etc..Evidentemente questa tecnologia non sarebbe selezionata in una “gara di cazzi”.

12marca assorbenti spagnola, come dire la Lines [ndt].

jugar por jugar….giocare per giocare

Giocare per giocare

(di Joaquin Sabina)

Suggerisco che il più triste dei detenuti

Abbia diritto a lenzuola di seta;

Benedetta sia la bocca che dà baci

E non ingoia monete.

Propongo di corrompere il puritano

Di spiare nella doccia le vicine

Andare a rubare al dio dei cristiani

La sua corona di spine.

Nessuna margherita ai sani di mente.

Occorre correre più della polizia

Per ballare il valzer dei ricordi

Piangendo di allegria.

La vita non è una pagina a quadretti

ma una rondine in movimento

che non torna ai nidi del passato

perché non vuole il vento.

Si consiglia di dormire con le gambe libere

lontano dalle tentazione di programmi

affinchè non passi lontano dalla tua porta

l’uomo dei tuoi sogni.

La rana nasconde un principe incantato

la tua bocca un agrodolce di mele cotogne

Ah che voglia di un corso accelerato

di baci appassionati.

E Giocare per Giocare

Senza dover morire o uccidere

e vivere al contrario

perché ballare è sognare con i piedi.

Conviene arrivare penultimo alla meta

Tornando all’infanzia in pattini

e fucilare il re dei poeti

con pallottole giocattolo.

Perché non laurearsi in cerniere lampo

Come fa la formichina sulla tua schiena

E imbastire con brandelli di bandiere

mutandine rosso- gialle.

C’è bisogno di solletico per i seri

Pensare lentamente per andare veloci

Fare serenate nei cimiteri

Morendo dalle risate.

Jugar por jugar

Sugiero que el más triste de los presos

tenga derecho a sábanas de seda;

bendita sea la boca que da besos

y no traga monedas.

Propongo corromper al puritano,

espiar en la ducha a las vecinas,

ir a quitarle al dios de los cristianos

su corona de espinas.

Nada de margaritas a los cuerdos,

hay que correr más que la policía

para bailar el vals de los recuerdos

llorando de alegría.

La vida no es un bloc cuadriculado

sino una golondrina en movimiento

que no vuelve a los nidos del pasado

porque no quiere el viento.

Se aconseja dormir a pierna suelta

lejos de tentaciones de diseño,

que no pase de largo por tu puerta

el hombre de tus sueños.

La rana esconde un príncipe encantado,

tu boca un agridulce de membrillo

¡qué ganas de un cursillo acelerado

de besos de tornillo!

Y jugar por jugar

sin tener que morir o matar,

y vivir al revés

que bailar es soñar con los pies.

Conviene entrar penúltimo en la meta

de la vuelta a la infancia en patinete

y fusilar al rey de los poetas

con balas de juguete.

Por qué no doctorarse en cremalleras

como hace la hormiguita por tu espalda

e hilvanar con jirones de banderas

braguitas rojigualdas.

Hacen falta cosquillas para serios,

pensar despacio para andar deprisa,

dar serenatas en los cementerios

muriéndose de risa.

correva l’anno 1996 e il disco era yo, mi, me, contigo