Etiqueta: gorda

mujeres y lobas que (se) corren

venus de laussel

la mujer salvaje…

…un libro, un viaggio che mi attraversa  e assieme ai fiori della mia curandera tutto è più denso…e la mujer salvaje quiere salir junto con la huesera!!!

tra racconti e archetipi è impossibile non pensare anche alle carte di propp….tra le altre mille cose..

venus de willendorf

Clarissa Pinkola Estes: donne che corrono con i lupi…un libro che ha ormai 20 anni ma io c’arrivo solo un paio di mesi fa!

pdf para todxs!!

l’originale, Women Who Run With the Wolves here in english

donne che corrono con i lupi, qui el pdf in italiano

la mujer salvaje o mujeres que corren con lobos, aquì en español

para empezar bien este año y esta nueva epoca!

per cominciare bene questo nuovo anno e questa nuova epoca!

 

Algunas chicas somos más grandes que otras…in italiano

Qualche tempo fa pubblicai un pezzo promettendone la traduzione…e con i tempi lumakiani che mi contraddistinguono ecco che arriva la traduzione!

qui il link originale!

L’abbiamo tradotto e rivisto a più mani e occhi..in armoniosa rete direi..e ora spero che molti più occhi possano assaporarlo e trarne spunti di riflessione sul tema!

Alcune ragazze siamo più grandi di altre

Riflessioni attorno alla grassezza [1]

scritto da Laura

pidoperdonzine@hotmail.com

You’re the one for me, fatty.

Morrissey

I wanna riot- a riot of my own.

The Clash

Don’t gonna be a Twiggy, gonna be as I am.

Fun People

C’è una lettera di F. Engels, l’altro padre del marxismo, al genero di Marx, P. Lafargue, in cui, oltre a lamentarsi dell’abuso della parola “autoritario” da parte degli anarchici, parla di Bakunin e del suo “obeso corpo”. Il vecchio stratagemma del riferimento personale squalificante in tutto il suo spelendore e un esempio di autoritarismo, non ci sono dubbi.

La lettera in questione è del 1871 e, a parte le distanze epocali, mi illumina chiaramente. Un anno fa una presunta attivista conosciuta nell’ambiente si riferì a me su Facebook come a una “grossa grassa”[2]. Nonostante il tanto femminismo, post- e trans- femminismi, femme-inismo, queer, punk, anarchismo, post-strutturalismo e festivals Belladona[*], rimasi virtualmente senza risposta. L’insulto facile e retrogrado aveva provocato il suo effetto doloroso e paralizzante. “Grassa” è la parola. L’insulto. La ferita. E la maggior parte delle volte ci lascia senza parole.

So che ciò che disse questa persona è ridondante: qui, come in molti altri posti, essere grassx è essere molte altre cose negative. Essere grassx è anche essere bruttx, non desiderabile, poco salutare, flaccidx, senza forma, tontx, lentx, grossx. Una palla, qualcosa senza grazia. So che non sono grassa in tutti questi sensi e so anche che alcunx di voi cercheranno foto su internet che confermino quello che dico. Però sì, sono grassa. Non solo secondo i discutibili canoni o le idealizzazioni normative o nell’opinione di certx micro-facisti che frequentano anche ambienti che si dichiarano libertari, attivisti e simili. Mi spiego meglio.

Sono grassa perchè oggi scelgo di nominarmi così, con questa rara rabbia che ti fa sentire a volte orgogliosa e allegra: esco dal closet delle taglie (Kosofsky Sedgwick – Moon, Tendencies, 1993), dal corpo-padrone (Juan Nicolás Cuello, 2011), questo corpo che non si può obiettare, eccetto che per poche persone: quelle che si esercitano, quelle che mangiano bene, quelle che si misurano e misurano le altre. Sono grassa, così, oggi, perché non si nasce grassx (giocando con de Beauvoir, Preciado, Sedgwick, Moon e Berlant), ma occorre un fare costante, che non corrisponde solo a una patologia o a un disordine psicosomatico o a una relazione squilibrata con il cibo e con il consumo in queste società.

Come donna grassa appena uscita dal closet mi chiedo alcune cose. Quanto è troppo? Quando si comincia a essere troppo grassx, troppo altx, bassx, effeminatx, mascolinx, calvo o peloso, flaccidx (o troppo viziosx)? In che momento smettiamo di essere qualcunx per essere solo grassx? Troppa visibilità/voluminosità ci invisibilizza, paradossalmente. Ci riduce a un soprannome, a un isulto (autorx come Lauren Berlant sottolineano che perdiamo addirittura il nome proprio per cominciare a essere solo una cosa eccessiva). O, ancora peggio, ci riduce a qualcosa che deve togliersi dalla vista. O cancellarsi, se non si riesce a trasformarsi in un’altra cosa con sforzo, volontà, sudore e lacrime (la persona magra che la grassezza rinchiuse sotto sette lucchetti).

Insultare è un modo di stigmatizzare, si sa. La reiterazione dell’offesa subita ci impiglia in una storia che ci precede e che non abbiamo del tutto scelto. I nostri corpi sono il prodotto della storia politica, non solo della storia naturale (Preciado, Manifiesto Contrasexual, 2002). La grassezza, come il genere e altri dispositivi, non è naturale (Judith Butler, El género en disputa , 2007). I nostri corpi grassi sono corpi fabbricati come stigmatizzabili, senza alcun dubbio. Come il corpo da puttana, il corpo lesbico, nero, povero, migrante, trans, intersessuato o infantilizzato. Il corpo che non combacia e non ci sta, il corpo che eccede, che fa esplodere limiti, cuciture e cerniere, sedili dell’autobus, frontiere, finzioni e permessi legali.

Judy Butler (Lenguaje, poder e identidad, 2004) afferma che questi nomi ingiuriosi non si devono lasciare nel dominio dell’indicibile, perché in questo modo conservano la loro capacità di ferire. Forse toglierli dal silenzio ci permetterebbe di usarli per cose diverse, ancora impensate. Ad esempio per uscire dallo spazio della ferita che abitiamo. E per smettere di chiedere scusa per qualcosa che non abbiamo fatto, come diceva Alejandra Pizarnik in una bella poesia che mi piace sempre ricordare.

Preciado per questo secolo XXI auspica una ribellione comune, dei corpi. Una ribellione somatica, dice, “di fronte ai sistemi polizieschi di genere, sesso, sessualità, razza e normalità corporea che prevalgono nelle democrazie occidentali”[3]. Per cominciare, io oggi mi propongo di essere questo corpo che sono, impetuoso e fragile ma imbattibile. E visibile, ben visibile. So che per attuare questa ribellione dei corpi e degli affetti saranno necessarie molte più barricate di quelle che sono nominate qui. Ma sono fiduciosa. Alcune ragazze sono più grandi di altre, lo sapevano già gli Smith. E il Foucault che scommetteva sulle femministe capaci di superare le trappole della sessualità colonizzatrice e dei suoi effetti corporali annunciava anche noi.
Alcune di noi sono più grandi di altre indipendentemente dalla taglia che portiamo. E possiamo fare grandi cose per noi stesse. Magari, una rivolta che non sia insipida come un succo light. Un’insurrezione disordinata contro l’autorità che tutto segna e misura. Riot not diet, dicevano alcune sorelle nordamericane qualche decina d’anni fa. Cantiamo con loro le canzoni furiosamente allegre che parlano della pelle dura e dei corpi che non vogliono essere governati.

Buenos Aires, 25-9-11

[1] Grazie a tuttx quellx che hanno discusso con me alcune di queste idee in internet o di persona e che hanno condiviso generosamente le loro sensazioni, esperienze, sofferenze e desideri. Grazie agli affetti che mi hanno sostenuto quando mi sono sentita ferita e insultata. Grazie agli amici e amiche che non hanno bisogno di litigare per me né di difendermi, ma che sanno dire “se sei contro le mie amiche sei contro di me”. Cito specialmente Marianita, Pato, Ile e Gastón. Grazie ad Aldu che mi ha dato l’idea del titolo. E la lettura intelligente e sensibile delle bozze che hanno fatto molte delle persone che ho nominato. Dedicato a Juanel, perché sa darmi sempre una scusa per scrivere. Questo articolo mi ispirò profondamente e sarebbe bene che qualcuno lo traducesse: http://www.neoamericanist.org/paper/punk-will-never-diet

[2] È strano quanto possano ferire certi personaggi concettuali o di fantasia che si dicono liberx ma che sono fermamente legati ai loro privilegi e alle loro meschinità prosaiche. Per fortuna, è da molto tempo che alcuni di noi hanno imparato che si può passare dalla ferita narcisistica allo spazio politico. Perché non si tratta di questioni di poca importanza o anedottiche, legate alla “vita privata” o all’estetica, ma di questioni che riguardano direttamente i corpi, e se contiamo per quello che siamo agli occhi degli altri, a quali condizioni e in quali circostanze.

[*] Incontri che si facevano qualche anno fa a Buenos Aires per diffondere e condividere produzioni di donne (anche se non erano per sole donne o solo femministi), sia di musica, performance, esibizioni, rock, cortometraggi, proiezioni, feste, banchetti informativi o di autoproduzioni, workshop sulla depenalizzazione dell’aborto, libertà di scelta ect… (nota a cura delle traduttrici col supporto dell’autrice).

[3] Intervista a Beatriz Preciado nel Periódico Diagonal del 20/7/2010. Disponibile in: http://www.diagonalperiodico.net/Es-urgente-e-imprescindible-en-el.html

riots not diets y más allá

Da uno dei miei siti preferiti e fondamentali arriva questo post!

mi metto all’opera con la traduzione ma nel frattempo lo incollo!

enjoy!

l’autrice: Laura, la sua mail pidoperdonzine@hotmail.com

Algunas chicas somos más grandes que otras.

Reflexiones en torno a la gordura[1]


You’re the one for me, fatty.

Morrissey

I wanna riot- a riot of my own.

The Clash

 

Don’t gonna be a Twiggy, gonna be as I am.

Fun People

Hay una carta de F. Engels, el otro padre del marxismo, al yerno de Marx, P. Lafargue, donde, además de quejarse por el abuso de la palabra “autoritario” por parte de los anarquistas, se refiere a Bakunin y su “obeso cuerpo”. El viejo recurso de la alusión personal descalificadora en todo su esplendor y una muestra de autoritarismo, qué duda cabe.

La carta en cuestión es de 1871 y, más allá de las distancias epocales, reverbera en mí muy claramente. Hace un año, una pretendida activista algo conocida en el ambiente se refirió a mí en Facebook como “gorda pelotuda”[2]. A pesar de tanto feminismo, post y trans feminismos, femme-inismo, queer, punk, anarquismo, post-estructuralismo y festivales Belladona, me quede virtualmente sin respuesta. El insulto fácil y retrogrado había surtido su efecto hiriente y paralizante. “Gorda” es LA palabra. EL insulto. LA herida. Y nos deja sin palabras la mayoría de las veces.

Yo sé que lo que dijo esa persona es redundante: acá, como en muchos otros lugares, ser gordx es ser muchas otras cosas negativas. Ser gordx es también ser fex, indeseable, poco saludable, flojx, amorfx, bobx, lentx, pelotudx. Una pelota bah, algo sin gracia. Sé que no soy gorda en todos esos sentidos y sé también que algunxs de ustedes buscarán en Internet fotos que atestigüen esto que digo. Pero sí soy gorda. No sólo según discutibles estándares o idealizaciones normativas o en la opinión de ciertxs micro-fascistas que habitan incluso ambientes autodenominados libertarios, activistas o lo que sea. Pero voy a explicarme mejor.

Soy gorda porque hoy elijo nombrarme así, con esa rara rabia que te hace sentir orgullo y alegría a veces, salgo del closet de las tallas (Kosofsky Sedgwick-Moon, Tendencies,1993), del cuerpo-patrón (Juan Nicolás Cuello, 2011), ese cuerpo inobjetable que sólo portarían algunxs pocxs: lxs que se ejercitan, los que comen “bien”, los que se mesuran y mesuran al resto. Soy gorda, así, en tiempo presente, porque no se nace gordx (jugando con de Beauvoir, Preciado, Sedgwick, Moon y Berlant), sino que hay un hacer constante, que no se corresponde únicamente con una patología o desorden somático/psíquico o una relación desequilibrada con la comida y la posibilidad de consumo en estas sociedades.

Como mujer gorda recién salida del closet me pregunto algunas cosas. ¿Cuánto es demasiado? ¿Cuándo se empieza a ser demasiado gordx, demasiado altx, bajx, afeminadx, masculinx, pelado o peludo, fláccidx (o demasiado viciosx)? ¿En qué momento dejamos de ser alguien para ser sólo gordx? Demasiada visibilidad/voluminosidad nos invisibiliza, paradójicamente. Nos reduce a un mote, a un insulto (autorxs como Lauren Berlant destacan que perdemos incluso el nombre propio para pasar a ser sólo una cosa excesiva). O, peor aun, nos reduce a algo que debe sacarse de la vista. O borrarse si es que no puede convertirse en otra cosa con esfuerzo, voluntad, sudor y lágrimas (la persona flaca que la gordura encerró bajo siete llaves).

El insulto es una manera de estigmatizar, eso es sabido. La operatoria reiterada de la ofensa hiriente nos ata a una historia que nos precede y que no elegimos del todo. Nuestros cuerpos son el producto de la historia política, no simplemente de la historia natural (Preciado, Manifiesto Contrasexual, 2002). La gordura, como el género y otros dispositivos, no son naturales (Judith Butler, El género en disputa, 2007). Nuestros cuerpos gordos son cuerpos fabricados como estigmatizables, indudablemente. Como el cuerpo puto, lesbiano, negro, pobre, migrante, trans, intersexuado o infantilizado. Lo que no encaja, lo que excede, lo que estalla límites, costuras y cierres, asientos de colectivo, fronteras, ficciones y permisos legales.

Dice Judy Butler (Lenguaje, poder e identidad, 2004) que estos nombres injuriosos no deben mantenerse en el dominio de lo indecible, porque así preservan su potencial hiriente. Sacarlos del silencio tal vez nos permita usarlos para otras cosas impensadas. Como salir del lugar de la herida que habitamos. Y dejar de pedir perdón por aquello que no hicimos, como decía Alejandra Pizarnik en un lindo poema que siempre me gusta recordar.

Preciado quiere para este siglo XXI una rebelión común, de los cuerpos. Una rebelión somática, dice, “frente a los sistemas policiales de género, sexo, sexualidad, raza y normalidad corporal que prevalecen en las democracias occidentales”[3]. Para empezar, hoy me propongo ser este cuerpo que soy, impetuoso y frágil pero invencible. Y visible, bien visible. Sé que para hacer esta rebelión de los cuerpos y los afectos van a ser necesarias muchas más barricadas que las que aparecen nombradas acá. Pero estoy confiada. Algunas chicas somos más grandes que otras, ya lo sabían los Smiths. Y el Foucault que les ponía fichas a las feministas que superaban las trampas de la sexualidad colonizadora y sus efectos corporales también nos anunciaba a nosotras. Algunas chicas somos más grandes que otras sin importar la talla que portemos. Y podemos hacer grandes cosas por nosotras mismas. Una revuelta que no sea insípida como un jugo light tal vez. Una insurrección desordenada contra la autoridad que todo lo mide y todo lo marca. Riot not diet, decían unas hermanas norteamericanas décadas atrás. Cantemos con ellas las canciones furiosamente alegres que hablan de la piel dura y de los cuerpos que no quieren ser gobernados.

Buenos Aires, 25-9-11.

[1] Gracias a todxs lxs que discutieron conmigo algunas de estas ideas en Internet o cara a cara y compartieron generosamente sus sentires, experiencias, padeceres y deseos. Gracias a los afectos que me sostuvieron cuando me sentí herida e insultada. Gracias a lxs amigxs que no necesitan pelearse por mí ni defenderme pero sí saben decir “si te metés con mis amigas te metés conmigo”. Nombro en especial a Marianita, Pato, Ile y Gastón. Gracias a Aldu que me dio la idea para el título. Y la lectura inteligente y sensible que hicieron de los borradores muchxs de lxs nombradxs. Dedicado a Juanel, por darme siempre una excusa para escribir. Este artículo me inspiró profundamente y estaría bueno que alguien lo traduzca:  http://www.neoamericanist.org/paper/punk-will-never-diet

[2] Es curioso cuánto pueden herir ciertos personajes conceptuales o ficcionales que andan anunciándose libres pero están firmemente atadxs a sus privilegios y a sus mezquindades prosaicas. Afortunadamente, hace un tiempo largo ya que algunxs aprendimos que se puede saltar de la herida narcisística al espacio político. Porque no se trata de cuestiones menores o anecdóticas, ligadas a la “vida privada” o a la estética, sino que tienen que ver directamente con los cuerpos que importamos y si contamos como tales para otrxs, en cuáles condiciones y circunstancias.

[3] Entrevista a Beatriz Preciado en el Periódico Diagonal del 20/7/2010. Disponible en http://www.diagonalperiodico.net/Es-urgente-e-imprescindible-en-el.html