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il corpo di una grassa è pubblico

Gracias al feminismo por destruir mi vida, al lesbianismo por encontrarme con el placer y al anarkismo por darle sentido a la existencia..
“Grazie al femminismo per distruggermi vita, al lesbismo per farmi trovare il piacere e all’anarkismo che da senso alla vita”
Così comincia la Cerda Punk, il primo libro di Constanzx Alvarez Castillo interamente scaricabile qui

Durante la muestra marrana del 2012,  festival di cinema il cui sottotitolo è un altro porno è possibile, Constanzx in collegamento da Valparaiso, cile, presentava manifesto gordx, un manifesto sull’orgoglio di essere grassx. Il video in lingua originale ebbe poca vita on line e fu censurato da diverse piattaforme tra cui anche youtube, mentre la versione doppiata in italiano è stranamente ancora on line

Constanzx e le sue amiche “tortas” sono approdate in europa un paio di settimane fa con molta voglia di condividere le proprie esperienze politiche e personali, fare laboratori di antispecismo, eteronormativismo, bondage shibari… e presentare “La Cerda Punk”
Saranno a Settembre in Italia ma ancora tutto da organizzare o meglio autorganizzare, c’è qualcunx a cui va di ospitare e organizzare cose con 5 bolleras chilenas punk?! tra cui anche una tatuatrice?!
se volete potete contattare direttamente Constanzx sulla pagina fb https://www.facebook.com/missogina oppure cominciamo a cospirare assieme subito!
si comincia da napoli e si finisce a roma in mezzo magari di tutto da laboratori di postporno a workshop sul orgoglio grasso e senza mai dimenticare il consenso.
infatti Cerda Punk termina con un allegato/fanzine sul consenso e una serie domande che ognunx dovrebbe farsi.
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Algunas chicas somos más grandes que otras…in italiano

Qualche tempo fa pubblicai un pezzo promettendone la traduzione…e con i tempi lumakiani che mi contraddistinguono ecco che arriva la traduzione!

qui il link originale!

L’abbiamo tradotto e rivisto a più mani e occhi..in armoniosa rete direi..e ora spero che molti più occhi possano assaporarlo e trarne spunti di riflessione sul tema!

Alcune ragazze siamo più grandi di altre

Riflessioni attorno alla grassezza [1]

scritto da Laura

pidoperdonzine@hotmail.com

You’re the one for me, fatty.

Morrissey

I wanna riot- a riot of my own.

The Clash

Don’t gonna be a Twiggy, gonna be as I am.

Fun People

C’è una lettera di F. Engels, l’altro padre del marxismo, al genero di Marx, P. Lafargue, in cui, oltre a lamentarsi dell’abuso della parola “autoritario” da parte degli anarchici, parla di Bakunin e del suo “obeso corpo”. Il vecchio stratagemma del riferimento personale squalificante in tutto il suo spelendore e un esempio di autoritarismo, non ci sono dubbi.

La lettera in questione è del 1871 e, a parte le distanze epocali, mi illumina chiaramente. Un anno fa una presunta attivista conosciuta nell’ambiente si riferì a me su Facebook come a una “grossa grassa”[2]. Nonostante il tanto femminismo, post- e trans- femminismi, femme-inismo, queer, punk, anarchismo, post-strutturalismo e festivals Belladona[*], rimasi virtualmente senza risposta. L’insulto facile e retrogrado aveva provocato il suo effetto doloroso e paralizzante. “Grassa” è la parola. L’insulto. La ferita. E la maggior parte delle volte ci lascia senza parole.

So che ciò che disse questa persona è ridondante: qui, come in molti altri posti, essere grassx è essere molte altre cose negative. Essere grassx è anche essere bruttx, non desiderabile, poco salutare, flaccidx, senza forma, tontx, lentx, grossx. Una palla, qualcosa senza grazia. So che non sono grassa in tutti questi sensi e so anche che alcunx di voi cercheranno foto su internet che confermino quello che dico. Però sì, sono grassa. Non solo secondo i discutibili canoni o le idealizzazioni normative o nell’opinione di certx micro-facisti che frequentano anche ambienti che si dichiarano libertari, attivisti e simili. Mi spiego meglio.

Sono grassa perchè oggi scelgo di nominarmi così, con questa rara rabbia che ti fa sentire a volte orgogliosa e allegra: esco dal closet delle taglie (Kosofsky Sedgwick – Moon, Tendencies, 1993), dal corpo-padrone (Juan Nicolás Cuello, 2011), questo corpo che non si può obiettare, eccetto che per poche persone: quelle che si esercitano, quelle che mangiano bene, quelle che si misurano e misurano le altre. Sono grassa, così, oggi, perché non si nasce grassx (giocando con de Beauvoir, Preciado, Sedgwick, Moon e Berlant), ma occorre un fare costante, che non corrisponde solo a una patologia o a un disordine psicosomatico o a una relazione squilibrata con il cibo e con il consumo in queste società.

Come donna grassa appena uscita dal closet mi chiedo alcune cose. Quanto è troppo? Quando si comincia a essere troppo grassx, troppo altx, bassx, effeminatx, mascolinx, calvo o peloso, flaccidx (o troppo viziosx)? In che momento smettiamo di essere qualcunx per essere solo grassx? Troppa visibilità/voluminosità ci invisibilizza, paradossalmente. Ci riduce a un soprannome, a un isulto (autorx come Lauren Berlant sottolineano che perdiamo addirittura il nome proprio per cominciare a essere solo una cosa eccessiva). O, ancora peggio, ci riduce a qualcosa che deve togliersi dalla vista. O cancellarsi, se non si riesce a trasformarsi in un’altra cosa con sforzo, volontà, sudore e lacrime (la persona magra che la grassezza rinchiuse sotto sette lucchetti).

Insultare è un modo di stigmatizzare, si sa. La reiterazione dell’offesa subita ci impiglia in una storia che ci precede e che non abbiamo del tutto scelto. I nostri corpi sono il prodotto della storia politica, non solo della storia naturale (Preciado, Manifiesto Contrasexual, 2002). La grassezza, come il genere e altri dispositivi, non è naturale (Judith Butler, El género en disputa , 2007). I nostri corpi grassi sono corpi fabbricati come stigmatizzabili, senza alcun dubbio. Come il corpo da puttana, il corpo lesbico, nero, povero, migrante, trans, intersessuato o infantilizzato. Il corpo che non combacia e non ci sta, il corpo che eccede, che fa esplodere limiti, cuciture e cerniere, sedili dell’autobus, frontiere, finzioni e permessi legali.

Judy Butler (Lenguaje, poder e identidad, 2004) afferma che questi nomi ingiuriosi non si devono lasciare nel dominio dell’indicibile, perché in questo modo conservano la loro capacità di ferire. Forse toglierli dal silenzio ci permetterebbe di usarli per cose diverse, ancora impensate. Ad esempio per uscire dallo spazio della ferita che abitiamo. E per smettere di chiedere scusa per qualcosa che non abbiamo fatto, come diceva Alejandra Pizarnik in una bella poesia che mi piace sempre ricordare.

Preciado per questo secolo XXI auspica una ribellione comune, dei corpi. Una ribellione somatica, dice, “di fronte ai sistemi polizieschi di genere, sesso, sessualità, razza e normalità corporea che prevalgono nelle democrazie occidentali”[3]. Per cominciare, io oggi mi propongo di essere questo corpo che sono, impetuoso e fragile ma imbattibile. E visibile, ben visibile. So che per attuare questa ribellione dei corpi e degli affetti saranno necessarie molte più barricate di quelle che sono nominate qui. Ma sono fiduciosa. Alcune ragazze sono più grandi di altre, lo sapevano già gli Smith. E il Foucault che scommetteva sulle femministe capaci di superare le trappole della sessualità colonizzatrice e dei suoi effetti corporali annunciava anche noi.
Alcune di noi sono più grandi di altre indipendentemente dalla taglia che portiamo. E possiamo fare grandi cose per noi stesse. Magari, una rivolta che non sia insipida come un succo light. Un’insurrezione disordinata contro l’autorità che tutto segna e misura. Riot not diet, dicevano alcune sorelle nordamericane qualche decina d’anni fa. Cantiamo con loro le canzoni furiosamente allegre che parlano della pelle dura e dei corpi che non vogliono essere governati.

Buenos Aires, 25-9-11

[1] Grazie a tuttx quellx che hanno discusso con me alcune di queste idee in internet o di persona e che hanno condiviso generosamente le loro sensazioni, esperienze, sofferenze e desideri. Grazie agli affetti che mi hanno sostenuto quando mi sono sentita ferita e insultata. Grazie agli amici e amiche che non hanno bisogno di litigare per me né di difendermi, ma che sanno dire “se sei contro le mie amiche sei contro di me”. Cito specialmente Marianita, Pato, Ile e Gastón. Grazie ad Aldu che mi ha dato l’idea del titolo. E la lettura intelligente e sensibile delle bozze che hanno fatto molte delle persone che ho nominato. Dedicato a Juanel, perché sa darmi sempre una scusa per scrivere. Questo articolo mi ispirò profondamente e sarebbe bene che qualcuno lo traducesse: http://www.neoamericanist.org/paper/punk-will-never-diet

[2] È strano quanto possano ferire certi personaggi concettuali o di fantasia che si dicono liberx ma che sono fermamente legati ai loro privilegi e alle loro meschinità prosaiche. Per fortuna, è da molto tempo che alcuni di noi hanno imparato che si può passare dalla ferita narcisistica allo spazio politico. Perché non si tratta di questioni di poca importanza o anedottiche, legate alla “vita privata” o all’estetica, ma di questioni che riguardano direttamente i corpi, e se contiamo per quello che siamo agli occhi degli altri, a quali condizioni e in quali circostanze.

[*] Incontri che si facevano qualche anno fa a Buenos Aires per diffondere e condividere produzioni di donne (anche se non erano per sole donne o solo femministi), sia di musica, performance, esibizioni, rock, cortometraggi, proiezioni, feste, banchetti informativi o di autoproduzioni, workshop sulla depenalizzazione dell’aborto, libertà di scelta ect… (nota a cura delle traduttrici col supporto dell’autrice).

[3] Intervista a Beatriz Preciado nel Periódico Diagonal del 20/7/2010. Disponibile in: http://www.diagonalperiodico.net/Es-urgente-e-imprescindible-en-el.html